Dopo la morte della madre, padre e figli divennero cointestatari, dal 2011 al 2016, di un conto. A ciascuno spettava un terzo delle somme depositate, ma uno dei fratelli ne attinse in maniera superiore anche per acquistare la propria casa
Negli atti giudiziari non compare la parola «trappola», ma di certo avevano uno scopo preciso padre e figlio quando convocarono il secondo fratello per discutere il «bilancio domestico» della famiglia, e per analizzare le uscite dal conto comune sul quale era stata «appoggiata» l’eredità della madre deceduta: conto dal quale, a un certo punto, s’era formato un fiume in uscita non giustificato e non concordato fra i tre eredi. Quel giorno, era il lontano 2016, padre e figlio fecero «confessare» al secondo fratello che le verifiche fatte dal genitore erano corrette, e che di fatto aveva prelevato troppo da quel conto in un’agenzia bancaria di piazza Salgari (lo aveva fatto per comprare una casa). Padre e figlio registrarono l’incontro. Lo riversarono in un Dvd. Che alla fine hanno depositato in Tribunale: la registrazione è diventata la smoking gun in una causa civile sull’eredità approdata a una condanna in Cassazione pubblicata due giorni fa.
«Caino» dovrà restituire quasi 40 mila euro al fratello e quasi 130 mila euro al padre. Tutto iniziò con il lutto e l’apertura di un conto. Padre e figli divennero «cointestatari, dal 2011 al 2016, di un conto presso la ex Banca Popolare di Milano»: avrebbero potuto distribuirsi l’eredità materna dopo il decesso, ma non lo fecero, e così ognuno conservò di fatto il diritto di usare quel denaro lasciato nella «cassa comune»: un terzo a testa.
Ecco perché padre e figlio denunciarono il secondo fratello: «Aveva beneficiato delle somme depositate su quel conto in misura superiore alla propria quota di 1/3, avendovi tra l’altro attinto per l’acquisto della propria abitazione». Nel 2019, evidentemente dopo il fallimento di una mediazione familiare, le due vittime andarono in Tribunale per chiedere la restituzione di quanto «incassato in eccesso», ovvero 200 mila euro per il padre e 105 mila per il secondo fratello. Il giudice respinse la richiesta. Così, in Appello, padre e figlio «calarono» il Dvd con la registrazione.
Il diario registrato del dissidio ereditario e familiare alterò lo scenario. La sentenza d’appello racconta che, secondo padre e figlio, «dall’esame del dvd si evinceva che il fratello aveva concordato con il padre l’elaborazione del “bilancio domestico”», e che «aveva altresì riconosciuto la correttezza della contabilità» e «i debiti assunti». Di fatto: aveva ammesso di aver prelevato dal conto più del dovuto. I giudici chiesero che la ricostruzione venisse incrociata con l’estratto conto bancario. Il saldo finale dimostrò che in banca erano rimasti solo 144 euro, ma i movimenti precedenti combaciavano alla perfezione con la denuncia. Sono cambiati soltanto i conteggi rispetto alle iniziali richieste: l’ingordo erede deve restituire quasi 170 mila euro in totale a padre e fratello.



